n. 150 - Ritratti e un vecchio sogno
Portretten en een de oude droom, 2003 – Traduzione dal nederlandese e postfazione di Elisabetta Svaluto Moreolo
I edizione: Dicembre 2006
pp. 220 – € 14,00
ISBN 88-7091-150-0
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Ritratti e un vecchio sogno, titolo mutuato da una lirica della poetessa sudafricana Ingrid Jonker, nasce dall’incontro tra Davud, un giornalista persiano da molti anni esule in Olanda, con il Sudafrica dell’era post-apartheid, dove, con due poetesse olandesi, è stato invitato a tenere un ciclo di conferenze. Scopo della visita: perorare la causa dell’afrikaans, l’ex lingua degli invasori che ha accolto, nel tempo, i colori e i suoni dell’Africa e ora rischia di sparire. Spiazzato dall’impatto con una terra che gli ricorda la patria – per il cui riscatto ha fieramente lottato contro il regime dello scià, e che è stato costretto a “tradire” fuggendo in Europa – Davud, “lo straniero tra di noi che prende sempre appunti”, dà conto di una nazione in fieri e della umanità, spesso marginale e ancor più spesso emarginata, che la abita, scrutandone, con un vouyerismo irriducibile e l’obiettività impietosa del cronista, la diversità, cogliendone, con lo sguardo obliquo dell’esule, le contraddizioni, ma anche la ricchezza, descrivendo, con la sensibilità dell’outsider, gli incontri che fa. A dar voce al suo vissuto è ’Attar, un vecchio compagno di lotta giustiziato, che Davud richiama in sogno. Lasciata la tomba insieme ad altri due martiri, Soraya, e Malek, ’Attar torna a vivere accanto a lui, e a riassaporare, sullo sfondo di un Sudafrica pacificato, il profumo della libertà e il sogno di riannodare i fili di un’esistenza interrotta. Romanzo di passaggio nell’opera di Abdolah, Ritratti e un vecchio sogno è un racconto dolorosamente sospeso tra gli echi di un passato sempre presente e l’apertura vitale a un futuro riconciliato, una cronaca di più viaggi – reali e interiori, nella geografia e nella storia, nel rimpianto e nella speranza, nella nostalgia e nel desiderio, nella cultura – moderna e antica – di Occidente e Persia, nella dimensione poetica e struggente dell’essere “in itinere”, e in quella randagia e profondamente libera del “vagabondare”.