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IL LIBRO DI BLANCHE E MARIE

L'OPERA E L'AUTORE
   

Per Olov Enquist
n.145 - Il libro di Blanche e Marie
Boken om Blanche och Marie
2004– Traduzione dallo svedese di Katia De Marco - Postfazione di Dacia Maraini
I ed.:Luglio 2006
pp. 264– € 15,00 - ISBN 88-7091-145-4

Parigi, inizi del xx secolo. Blanche Wittman, un tempo “regina delle isteriche” e paziente preferita del celebre professor Charcot della Salpêtrière, poi assistente di laboratorio di Madame Curie, ormai ridotta a un torso dalle ripetute amputazioni rese necessarie dalle lesioni causate dalla radioattività, scrive febbrilmente con l’unica mano che le resta un “Libro delle Domande”, una sorta di diario intimo sulla natura dell’amore, per scoprire, per dirla con parole sue, “la relazione tra il radio, la morte, l’arte e l’amore.” Nel diario, così come nel romanzo di Enquist che finge di attingervi, la storia di Blanche e del suo amore per Charcot, che sostiene di aver ucciso, si intreccia con quella di Marie Curie e dei suoi amori, il marito Pierre, l’amante Paul Langevin, la scienza, la Polonia, il radio con la sua misteriosa e mortale luminescenza bluastra. Uno sfondo epico, quello degli albori del Novecento, anni di profonde contraddizioni, dello scontro tra illuminismo e oscurantismo, tra i primi tentativi della scienza moderna e gli ultimi resti di una percezione “magica” del mondo, su cui si stagliano le figure fragili e allo stesso tempo eroiche di due donne “tradite dall’amore”, che attraverso l’amore cercano di penetrare quel “continente oscuro” che è la vita stessa.

Per Olov Enquist

Per Olov Enquist, nato nel Västerbotten nel 1934, è una della grandi “coscienze critiche” della società svedese. Al gusto per l’indagine storica e al desiderio di essere testimone del proprio tempo, aggiunge una capacità di innovazione delle forme che lo pone all’avanguardia. E’ scrittore di teatro e di una ventina di romanzi tradotti nelle principali lingue, spesso di ambiente storico e di taglio politico. E’ membro del Consiglio Culturale Svedese, della Commissione Radiofonica Svedese e ha lavorato nel sindacato della Lega degli Scrittori. Iperborea ha pubblicato anche i N. 2, 28, 58, 100 e 126

 

Marie Curie

Maria Sklodowska Curie, ultima di cinque figli, nasce a Varsavia nel 1867.
Un forte e precoce amore per le scienze la spinge a intraprendere (inconcepibile, all’epoca, per una donna) lo studio della fisica. Ma l'università di Varsavia, come molte altre in Europa, non accetta ancora donne tra i suoi studenti. Di qui la necessità di trasferirsi altrove. Maria e
la sorella Bronia, che vuole studiare medicina, scelgono Parigi. È Bronia la prima a partire, e si manterrà agli studi grazie al lavoro di Maria come istitutrice privata presso famiglie benestanti di Varsavia. Un sostegno che verrà ricambiato quando, nel 1891, sarà Bronia (ormai medico) a permettere a Maria di frequentare il corso di scienze alla Sorbona, dove consegue la laurea in matematica e fisica nel 1894. A Parigi conosce un giovane e brillante ricercatore, Pierre Curie, impegnato in studi sul magnetismo. Un anno dopo, nel 1895, i due futuri scienziati si sposano. Diverranno, da quel momento, compagni di vita e di laboratorio, scegliendo di dedicarsi allo studio di nuovi tipi di radiazioni. Un ambito di ricerca che le scoperte di Wilhelm Röntgen (raggi x - 1895) e Antoine-Henri Becquerel (raggi emessi dall’uranio - 1896) promettono essere molto fertile. Scoprono proprietà radioattive nei sali di torio, riscontrano in campioni di minerali di uranio una radioattività superiore a quella dovuta al solo uranio, riuscendo a isolare i composti che la originano, e nel 1898 scoprono, traendolo dalla pechblenda, un nuovo elemento chimico: il polonio, battezzato così in omaggio alla Polonia paese natale di Marie. Nello stesso anno nella pechblenda rilevano un altro elemento, notevolmente più radioattivo, che per questo battezzano radio. Marie fu la prima a comprendere la natura atomica della radioattività, sfidando la diffusa convinzione che l'atomo fosse la più piccola particella di materia. Questa scoperta sancisce la nascita della fisica atomica. Lo stesso termine "radioattivo", ancor oggi usato per definire elementi instabili, il cui nucleo decade emettendo radiazioni, viene infatti coniato proprio dalla Curie. Nel 1903 Marie consegue, prima donna alla Sorbona, il dottorato di ricerca. Alcuni mesi dopo, insieme al marito Pierre e ad Antoine Henri Becquerel, riceve - prima donna nella storia - il premio Nobel per la fisica per gli studi sui fenomeni radioattivi. Disinteressata alle notevoli possibilità di guadagno, la Curie decide di non depositare il brevetto relativo al processo di isolamento del radio, per dar modo alla comunità scientifica di proseguire le ricerche senza vincoli e restrizioni. Pochi anni dopo, una sera d'aprile del 1906, Pierre, diventato professore di fisica alla Sorbona e membro dell'Accademia di Francia, mentre rincasa muore travolto da una carrozza. Marie è sconvolta, e per circa un anno cede allo sconforto, rivolgendosi quotidianamente al compagno scomparso in forma epistolare. Trova la forza di superare il trauma e di continuare gli studi iniziati insieme al marito, prendendo il suo posto alla Sorbona e diventando così la prima donna ad insegnare nell'università parigina, priva comunque, in quanto donna, dei relativi incarichi onorifici. E un analogo pregiudizio le precluderà, anni dopo, l’ammissione all’Accademia delle Scienze, all’interno della quale si insinua che le scoperte dei due coniugi siano da attribuire unicamente a Pierre. Nel 1910 Marie sriesce a isolare il radio metallico. È grazie a questa scoperta che, nel 1911, le viene assegnato un secondo premio Nobel, questa volta per la chimica, in riconoscimento della scoperta del radio e del polonio, e soprattutto dell’isolamento e dello studio del radio. Agli onori tributati a livello internazionale fa da contrappunto, nel corso dello stesso anno, il clamore e lo sdegno suscitato in Francia dalla scoperta della breve relazione intrecciata dalla Curie con il fisico Paul Langevin, già sposato. La moglie di quest’ultimo denuncia la Curie per adulterio, e lo scalpore dell'opinione pubblica, alimentato ad arte da una stampa carica di ostilità xenofoba verso “la polacca”, trasformerà la vicenda in uno scandalo nazionale. Durante la prima guerra mondiale Marie diventa responsabile nazionale del servizio di radioterapia. Sotto la sua direzione decine di vetture per i raggi X, chiamati petite Curie, vengono predisposte, e centinaia di gabinetti fissi di radiologia vengono allestiti per prestare soccorso ai feriti. Nel 1912 istituisce a Parigi l'Institut Curie du Radium, un centro di ricerca (che vedrà la luce nel 1914) dedicato allo studio degli effetti provocati dalle radiazioni, che dirige fino al 1932, quando lascia il posto alla figlia Irene. Partecipa, nel 1920, alla creazione della fondazione Curie, la cui missione consiste nel fornire risorse adeguate all’Institut du Radium. Il suo tour negli Stati Uniti del 1921, su invito di associazioni, università e della stessa presidenza statunitense riceve non solo un’accoglienza trionfale ma cospicui fondi per sostenere le ricerche sul radio. Marie Curie muore il 4 luglio del 1934 di anemia perniciosa, esito fatale delle radiazioni assorbite nel corso degli anni. L'anno successivo, alla figlia maggiore Irène Joliot-Curie verrà assegnato, insieme al marito Frédéric Juliot, il premio Nobel per la chimica. Consegue l’ultimo suo primato dopo la morte: dal 1995 il suo corpo riposa, prima donna della storia, sotto la cupola del Pantheon di Parigi, in segno di onore per i suoi meriti.

 

Blanche Wittman

Internata nel 1878, sedicenne, alla Salpêtrière di Parigi divenne nell'arco di brevissimo tempo la paziente prediletta del celebre neurologo Jean-Martin Charcot e il privilegio della sua posizione rimase inalterato fino al 1893, quando, in seguito alla morte del professore, fu considerata guarita e dimessa. Al tempo stesso cavia e mattatrice delle lezioni aperte (rappresentazioni) che Charcot iniziò a tenere intorno al 1886 nelle aule della Slapêtrière, Blanche Wittman raggiunge una breve ma intensa notorietà come “Regina delle Isteriche”, protagonista di esperimenti tesi a dimostrare che manipolando determinati “punti di pressione” del corpo femminile è possibile produrre contrazioni, malinconia, paralisi, e persino l’amore. Una teoria organica delle nevrosi che Sigmund Freud, allievo di Charcot s’incaricherà, di lì a poco, di smentire.
Blanche Wittman è anche la paziente che Charles Féré e Alfred Binet, autori di “Le magnetisme animale”, scelgono per presentare – senza successo – alla comunità scientifica la loro teoria sul trasferimento di una sintomatologia patologica da una parte all’altra del corpo grazie all’impiego di magneti.
Nel celebre dipinto di Brouillet del 1888 (Une Leçon Clinique a la Salpetrier) viene ritratta, sorretta da un assistente di Charcot, nella caratteristica posa “ad arco”, tipica dell’accesso isterico, circondata da studenti di medicina. Sullo fondo del quadro, nella penombra della stanza è possibile scorgere un' illustrazione medica raffigurante una donna stesa al suolo, con la schiena arcuata. Un’iconografia molto in voga alla fine del XIX secolo, risultato di secoli di studi sull’isteria, che in quegli spasmi innaturali ravvisavano i segni, oltre che di un incontrollabile desiderio sessuale, di una irrazionalità tipicamente femminile.
Gli allievi di Charcot venivano istruiti a considerare l’isteria uno dei tratti del carattere femminile più che una malattia in senso proprio. Erano invitati inoltre a diffidare delle pazienti isteriche, perché inclini a prendersi gioco degli altri, specialmente dei loro dottori. Dietro a una maschera di apparente docilità e suggestionabilità potevano infatti nascondere un’indole ostinata e ribelle. Il medico Auguste Fabre si spingeva a sostenere che, come regola generale, tutte le donne sono isteriche e ogni donna porta con sé i semi dell’isteria.
Questo disordine, “naturalmente” femminile, ingannevole e difficile da risolvere, assurgeva così a rappresentazione e metafora della natura eminentemente elusiva ed enigmatica della donna.
Alla morte di Charcot, Blanche Wittman lascia la Salpêtrière, dopo sedici anni di internamento.



Pierre André Brouillet, "Une leçon clinique a la Salpêtrière" 1888

 

Jean Martin Charcot

Fondatore con Guillaume Duchenne della neurologia moderna e precursore della psicopatologia, Jean Martin Charcot viene nominato responsabile dell’ospedale per disturbi nervosi Salpêtrière nel 1862. Nel 1881 gli viene conferito il titolo di Professore di neuropatologia.
Oratore brillante, eccellente scrittore, membro dell’Accademia di Medicina e dell’Accademia delle Scienze, le trascrizioni delle sue lezioni alla Salpêtrière, raccolte e pubblicate in tre volumi saranno tradotte in moltissime lingue.
Il suo contributo allo studio della fisiologia e della patologia del sistema nervoso rimane fondamentale. A lui si deve soprattutto la descrizione della sclerosi a placche e della sclerosa amiotrofica laterale (malattia di Charcot), ma anche le ricerche sulle atrofie muscolari, la poliomielite e il morbo di Parkinson. Pur essendo fondamentalmente un neurologo, non uno psichiatra, grazie ai suoi studi le patologie psichiche cominciano a essere analizzate sistematicamente.
Per tutto il tempo in cui resta alla Salpêtriere, attira ai suoi corsi studenti e allievi da tutto il mondo, tra i quali Sigmund Freud. Le sue lezioni sono dei veri e propri avvenimenti scientifici e mondani: vi assistono attori, politici, magistrati, scrittori e giornalisti.
Studi recenti hanno riscontrato la notevole influenza esercitata dagli studi relativi all’isteria e all’ipnosi di Charcot e della scuola della Salpêtrière sulla letteratura europea a cavallo tra il XIX e il XX secolo (Zola, Huysmans, Maupassant, Céline, Proust, Breton, Schnitzler Stoker, James, Tolstoj, Tourgenjev, Strindberg, Munthe, per citare solo i principali).
E’ dal 1870 in poi che Charcot si dedica principalmente allo studio dell’isteria. Con la convinzione immutata che la causa di questo disturbo risieda in una degenerazione, di origine ereditaria, del sistema nervoso, resa manifesta dall’esposizione a specifici fattori ambientali. Interpretazione che verrà definitivamente rifiutata da Freud.
Nel 1878, all’apice della sua carriera, convinto che la suscettibilità alla suggestione ipnotica sia un indicatore di isteria latente, comincia a interessarsi di ipnosi e a utilizzarla come terapia. Nel 1882 riuscirà a persuadere anche l’Accademia Francese delle Scienze che l’ipnosi costituisce un oggetto di studio rispettabile. Charcot considera lo stato ipnotico sviluppato dalle isteriche come un’inconfutabile nevrosi costituita da tre stati differenziati (letargia, catalessi e sonnambulismo) che possono subire una mutazione, dall’uno all’altro, per mezzo di opportuni artifici tecnici.
Il suo lavoro sarà sempre teso a confutare il sospetto che le sue pazienti simulino o esagerino deliberatamente i propri sintomi nell’esternazione degli accessi isterici. Un’accusa formulatagli da non pochi medici dell’epoca. Le lezioni cliniche in cui si mostrano gli effetti e le fasi dell’isteria hanno caratteri talvolta marcatamente teatrali, come riconosceranno e testimonieranno in seguito molti dei suoi collaboratori. Ma Charcot è certo della buona fede delle sue pazienti, ed è sicuro che alla base di quei sintomi ci sia un disturbo organico. A sostegno di questa profonda convinzione, la sua diagnostica sperimentale comprenderà non solo l’ipnotismo, ma anche il magnetismo e l’elettricità.
Di tutta la documentazione fotografica raccolta e utilizzata dalla sua Scuola (la Salpêtrière sarà il primo ospedale europeo a utilizzare un fotografo in pianta stabile), rimane una testimonianza visibile anche ai giorni nostri: l'Iconographie de la Salpetriére, rivista (a pubblicazione bimestrale) da lui fondata e diretta, che per diversi anni pubblica i risultati
delle pionieristiche ricerche condotte da Charcot e dal suo entourage
.

 

Pierre Curie
Pierre Curie nasce a Parigi nel 1859. Attende agli studi privatamente, sotto la guida del padre (medico generico) maturando in un secondo momento la scelta di frequentare la facoltà di scienze della Sorbona, dove si laurea in fisica nel 1878. È assistente di laboratorio all’università fino al 1882, quando viene nominato responsabile delle attività tecniche della Scuola di Fisica e Chimica Industriale. Nel 1900 diventa membro del corpo docenti della Facoltà di Fisica, e nel 1904 consegue il dottorato. È del 1882 la sua prima importante scoperta (in uno studio congiunto con il fratello Jacques) sulle proprietà piezoelettriche del quarzo sfruttate poi per il funzionamento degli orologi. Negli anni successivi Pierre concentra l’attività di ricerca sullo studio del magnetismo, teorizzando l'esistenza, per ogni elemento, di un valore di temperatura, “punto di Curie”, oltre il quale cessa ogni proprietà magnetica. Intuizione questa, nota con il nome di “legge di Curie”. Conseguente è la postulazione del “principio di Curie”, in base al quale “cause simmetriche producono effetti ugualmente simmetrici”. Nel 1895 sposa Marie Sklodowska. Insieme alla moglie, nel decennio successivo, conduce pionieristici studi sulla radioattività naturale, dimostrandone la natura atomica (e non molecolare, come ritenuto fino a quel momento), perfezionando le tecniche di misurazione e ponendo le basi per le future scoperte di fisica nucleare. Pierre e Marie lavorano in un piccolo laboratorio alla periferia di Parigi. Nel corso del 1898 annunciano, a distanza di pochi mesi una dall’altra, le scoperte di due nuovi elementi chimici ricavabili dalla pechblenda: il polonio e il radio, e da questo momento in avanti il loro studio è volto a dimostrarne le rivoluzionarie proprietà radioattive. “In riconoscimento degli straordinari servizi resi dalle loro ricerche congiunte sui fenomeni della radiazione spontanea, scoperti dal professor Henri Becquerel”, ai coniugi Curie viene assegnato, congiuntamente a Becquerel, il premio Nobel per la fisica nel 1903. Nell'arco di breve tempo, nel 1905, Pierre viene ammesso all’Accademia delle Scienze. Un anno dopo, il 19 aprile del 1906, in un fatale incidente causato da una carrozza in Rue Dauphine a Parigi, Pierre Curie perde prematuramente la via. Nel 1910 il mondo accademico gli tributa un omaggio postumo, battezzando curie un’unità di misura della radioattività, equivalente a 37 gigabecquerel. I risultati delle sue ricerche sono documentati da numerose pubblicazioni, apparse nei Comptes Rendus dell’Accademia delle Scienze, nel Journal de Physique e negli Annales de Physique et Chimie. Le spoglie di Pierre così come quelle di Marie, dal 1995 sono custodite all’interno della cripta del Pantheon, a Parigi. Irène, la figlia maggiore di Pierre e Marie, seguendo le orme dei genitori, darà vita insieme al marito Frédéric Joliot ad un altro eccezionale sodalizio umano e scientifico ricevendo, a sua volta, nel 1935 il premio Nobel per la chimica. La figlia minore Eve, autrice di una biografia della madre intitolata Madame Curie, sposerà il diplomatico americano H. R. Labouisse, che, in qualità di Direttore del Fondo per l’Infanzia delle Nazioni Unite, riceverà nel 1965 il premio Nobel per la Pace.

 

Paul Langevin

Nasce a Parigi il 23 gennaio del 1872. Frequenta l’École Lavoisier e l’École de Physique et Chimie Industrielles dove Pierre Curie supervisiona gli studenti nelle pratiche di laboratorio. Nel 1891 entra alla Sorbona e nel 1894 continua gli studi all’École Normale Supérieure sotto la guida di Jean Perrin. Si iscrive a Cambridge e frequenta il Laboratorio Cavendish. Nel 1902 tornato alla Sorbona ottiene da Pierre Curie il Ph.D. (Philosophiae Doctor. Titolo equivalente al dottorato di ricerca in Italia). Nel 1904 diventa professore di fisica al College de France. Contemporaneamente a Marie Curie, Albert Einstein e Hendrik Lorentz è noto per il suo lavoro sulla struttura molecolare dei gas, per le sue analisi sull’emissione di raggi X da metallo esposto a radiazioni e per la sua teoria del magnetismo. Langevin affermò che le proprietà magnetiche di una sostanza sono determinate dalla valenza degli elettroni, studio questo che influenzò notevolmente Niels Bohr nella postulazione del suo modello di descrizione della struttura dell’atomo. È famoso per i suoi studi sul paramagnetismo e sul diamagnetismo e si deve alla sua intuizione l’ interpretazione moderna di questo fenomeno in termini di scariche di elettroni all’interno dell’atomo. In ogni caso il suo lavoro più famoso riguarda l’uso degli ultrasuoni, studiati già da Pierre Curie nel suo lavoro sull’effetto piezoelettrico. Pubblica i suoi studi sulla teoria atomica del paramagnetismo nel 1905. I risultati delle ricerche sugli ultrasuoni sono stati ampiamente impiegati durante la Prima guerra mondiale per la localizzazione dei sottomarini. Si suppone che attorno al 1910 ebbe una relazione sentimentale con la fisica già premio Nobel Marie Curie. Nel 1926 è direttore dell’École di Physique e Chimie. È eletto membro dell’Académie des Sciences nel 1934. Per tutta la sua carriera Langevin si adoperò per diffondere la teoria della relatività einsteiniana in Francia. Fu un aperto oppositore del nazismo e per questo venne internato a Fresnes e in seguito obbligato agli arresti domiciliari a Troyes. Fu rimosso da tutti i suoi incarichi dal governo di Vichy quando le truppe tedesche occuparono la Francia. L’esecuzione del nipote e la deportazione della figlia ad Auschwitz (deportazione alla quale la figlia sopravvisse) lo convinsero, nel 1944, a rifugiarsi in Svizzera. Tornò a Parigi l’anno seguente e riprese l’incarico di direttore della scuola dalla quale aveva mosso i primi passi la sua carriera. Dal 1944 al 1946 (anno della morte) è presidente della Human Rights League e da poco si era unito alle file del Partito Comunista francese. Muore a Parigi il 19 dicembre 1946 potendo vedere la sua patria libera.





Paul Langevin e Albert Einstein

 

Jane Avril

Jane Avril, il cui vero nome è Jane Louise Beaudon, nasce il 9 giugno 1868 a Belleville, sobborgo alla periferia di Parigi. Dichiara fin dall’adolescenza di essere figlia di un conte italiano, tale marchese Luigi de Font, con molte più probabilità invece la madre, prostituta conosciuta con il nome di "La Belle Elise", restò incinta di uno dei suoi numerosi clienti. Abbandonata e maltrattata ripetute volte dalla madre durante l’infanzia, appena adolescente inizia a dare i primi segni di strani disturbi fisici. Il 28 dicembre 1882 viene internata nel reparto riservato alle isteriche dell’ospedale Pitié-Salpêtrière all’epoca diretto da J.M. Charcot. È proprio durante il periodo dell’internamento alla Salpetriere che Jane, combattiva e ribelle, per la prima volta si esibisce in quella che passerà alla storia come “Danse de fou”, quella danza anticonvenzionale e sconosciuta che da lì a qualche anno l’avrebbe resa celebre nei cafè-concerto di Montmatre, primo fra tutti il Moulin Rouge. Nel luglio del 1884 Jane viene dichiarata guarita e lascia la Salpêtrière. Appena sedicenne inizia a lavorare come ballerina nei locali notturni del Quartiere Latino e a frequentare l’ambiente intellettuale. Nel 1888 è assunta come ballerina stabile del celebre Moulin Rouge e nel 1889 è nelle prime file di ballo del Jardin de Paris uno dei più famosi cafè-concerto degli Champ-Élysées. Si deve proprio a questo periodo la frequentazione e la grande amicizia che la legò a Henry de Toulouse Lautrec che la immortalò in più di un’occasione nei suoi quadri. Nel 1895 il proprietario del Moulin Rouge le offre una cospicua somma di denaro per un compito tutt’altro che facile ossia prendere il posto di Louise Weber, quella che fino a quel momento è stata la più famosa ballerina di Parigi conosciuta con il nome d’arte de La Goulue. Accettando con l’ambigua grazia della sua figura sottile e con la sua danza raffinata e malinconica Jane diventa uno dei personaggi più noti e ammirati della vita notturna parigina. Quando non è in scena Jane frequenta i circoli letterari di Parigi ed è amica di Oscar Wilde, di Mallarmé e di Verlaine. È alla nascita del figlio che si deve una diminuzione delle sue esibizioni. Nel 1910 sposa il pittore tedesco Maurice Biais e lascia Parigi. Muore nel 1943 all’età di 75 anni.


LA SALPÊTRIÈRE


Nel 1656 a Parigi, Luigi XIV commissiona all’architetto Libéral Bruant la costruzione di un nuovo edificio ubicato dove un tempo c’era un piccolo arsenale per la fabbricazione di polvere da sparo, chiamato Salpêtrière che entrava così nel polo di Notre-Dame de la Pitié fatto costruire nel 1612 per volontà di Maria de’ Medici, già adibito a ricovero per gli indigenti . È contemporanea a quella della Salpêtrière la costruzione di un ulteriore edificio conosciuto con il nome di Bicêtre. Nel 1684 si ritenne opportuno ampliare nuovamente la struttura complessiva per assurgere alla necessità di dare asilo a folli, dementi e donne destinate a istituti di detenzione. Gli “ospiti” vennero così suddivisi nei vari edifici: Notre-Dame de la Pitié, la casa madre, avrebbe accolto, rieducato e istruito i bambini, la Bicêtre avrebbe ospitato gli uomini e la Salpêtrière le donne. Alla vigilia del 1789 l’ospedale ospitava diecimila malati (all’epoca il più grande del mondo) e la prigione contava più di 300 detenuti. Seguendo la volontà di Philippe Pinel, fondatore illuminato della psichiatria francese, nel 1794 i malati di mente allora chiamati genericamente "alienati" sono per la prima volta liberati dalle catene con le quali venivano tenuti in un’immobilità disumana e coatta. A Pinel nominato proprio in quell’anno Professore d’Igiene e Medicina si deve, nel 1795, l’abolizione definitiva, il divieto assoluto dell’uso medievale delle catene sia a Bicêtre che a la Salpêtrière e lo sviluppo di una nuova consapevolezza sull’identità dell’ “alienato” che inizia a essere considerato come un semplice malato e non più come un criminale. Con la Rivoluzione Francese, le prostitute ospitate alla Salpêtrière vengono definitivamente trasferite nella struttura di Saint Lazare e le prigioni dal 1794 vengono progressivamente soppresse. Da quel momento il ruolo de la Salpêtrière è esclusivamente quello di ospizio per donne giudicate malate di mente.
Il successore di Pinel, Esquirol, nel 1817 tiene il primo corso di clinica delle malattie mentali. All’insegnamento di Pinel è ispirata tutta l’opera di Jean Martin Charcot al cui nome e alla fama delle ricerche da lui sostenute è legato indissolubilmente quello della Salpêtrière di cui fu responsabile dal 1862 al 1893, anno della morte. Nel 1882 proprio grazie a J. M. Charcot viene istituita la cattedra di clinica per disturbi del sistema nervoso. Nella seconda metà dell’Ottocento l’istituto ospitava circa diecimila ricoverati dei quali quattromila erano donne, nella maggior parte dei casi definite isteriche. E’ dal 1870 in poi che Charcot si dedica principalmente allo studio dell’isteria aprendo proprio in quegli anni le sue lezioni ad un pubblico di specialisti e non, che si fa sempre più attento e partecipe così da trasformare gli appuntamenti pomeridiani alla Salpêtrière in eventi al limite della mondanità. Queste dimostrazioni in cui si dava testimonianza degli accessi di isteria delle pazienti, delle quali via via Charcot si serviva, avevano una forte connotazione teatrale tanto da far sorgere in più di un’occasione dubbi sulla loro legittimazione scientifica. Illustri personalità del panorama scientifico e letterario di fine Ottocento furono testimoni di queste occasioni; August Strindberg, Sigmund Freud a lungo allievo di Charcot, la celebre attrice Sarah Bernardh che chiese il permesso di potere avere colloqui personali con le pazienti. Durante la prima metà del Novecento vennero apportati diverse modifiche alla struttura de la Salpètrière e anche l’immediato dopoguerra vedrà la costruzione di diversi nuovi edifici. È del 1955 la costruzione della clinica di pneumo-cardiologia, del 1960 la costruzione delle cliniche di neurologia e rieducazione. Infine, ultima tappa di una lenta evoluzione, nel 1968, interrompendo una tradizione antica più di trecento anni, gli ultimi “ospiti” de la Salpêtrière lasciano definitivamente l’edificio che ospiterà da quell’anno la sede della Faculté de Médicine Pierre et Marie Curie.

DICONO DI LUI

Leggi la postfazione a

Il libro di Blanche e Marie
di

Dacia Maraini*

Oggi Marie Curie è una icona: una figura eroica di donna sapiente che ha ricevuto ben due premi Nobel, che ha scoperto il radio, elemento tanto importante per il futuro della medicina e della scienza moderna.
Ricordo di avere sentito parlare di lei per la prima volta a scuola. L’insegnante ce la presentava come una accanita lavoratrice, un genio della scienza, una donna completamente dedita alla sperimentazione, senza mai accennare alla sua vita privata, quasi fosse per antonomasia inesistente. Si sottintendeva che, essendo sposata all’esimio scienziato Pierre Curie, non poteva, da brava moglie che lavargli le camicie e cucinare le cene come avrebbe fatto qualsiasi moglie italiana. Insomma una idea convenzionale di Marie Curie che allora abbiamo accettato come verosimile. Doveva essere ed era un modello per noi giovani studentesse, ma un modello idealizzato, astratto e lontano.
In questo straordinario libro di Enquist scopriamo delle verità molto più complesse e sgradevoli che la rendono inquietante ma anche umana, la modernissima Marie Curie, vicina a noi nelle sue contraddizioni e passioni che la dividono fra la vita degli affetti e quella del lavoro di ricerca. Scopriamo che Marie Curie sapeva essere “fredda come un pesce” quando si dedicava alla sua opera, ma era anche dotata di un corpo sensuale, di una volontà vulcanica, di una tenerezza esplosiva quando amava. I personaggi che la circondavano, a cominciare dal marito Pierre, erano tutt’altro che prevedibili statuine di un presepe prefabbricato ma uomini e donne che amavano, tradivano, soffrivano, godevano, litigavano e morivano con coraggio ma anche con viltà inattese, brutalità ed egoismi tutt’altro che da eroi.
Di Enquist avevo letto Il medico di corte che mi aveva conquistata per la sua splendida forza narrativa, per la sua profonda comprensione dei personaggi, per il suo amore sempre vivo nei riguardi della libertà e dell’indipendenza, per il ritmo della sua prosa, rapida e precipitosa.
In questo ultimo romanzo che racconta la vita tormentata di Marie Curie la prosa di Per Olov Enquist si fa ancora più contratta e convulsa: un torrente in corsa giù per rapide scoscese e precipizi. Una forza affabulatoria che porta con sé l’allegria di un racconto saltellante e fluido. Un racconto tutto rivolto all’azione dei personaggi. Poche descrizioni, molti tuffi dentro lo spirito e i pensieri di Marie e di Blanche sua assistente per anni, dopo essere stata la paziente più amata del dottor Charcot.
Non c’è dubbio che Marie è il perno intorno a cui gira tutta la storia di un’epoca di grandi invenzioni scientifiche. Ma Marie non potrebbe mostrare la sua forza e il suo genio se accanto non avesse avuto uomini geniali e generosi ma anche fragili e delicati come Pierre Curie e Paul Langevin, o donne come la stravagante ed esaltata Blanche, di una intelligenza mimica e di una esuberanza drammatica senza uguali.
Come era arrivata da Marie questa ragazza internata alla Salpetrière a cavallo dei secoli xix e xx e definita isterica ed epilettica? Aveva solo diciotto anni e veniva dalla provincia, era di famiglia povera e chissà quante ne aveva provate! Fra tutte le malate che partecipano alle lezioni pubbliche di ipnosi del dottor Charcot, Blanche è quella che si identifica con più intelligenza e docilità nella parte che il medico le attribuisce. Davanti a un pubblico parigino non si sa se più ammirato o morbosamente intrigato da una esibizione che aveva molto di teatrale prima ancora che di scientifico, il dottor Charcot dimostrava che le donne isteriche erano capaci di qualsiasi azione delittuosa. Bastava premere un punto sensibile sotto il petto o intorno alle ovaie per precipitarle in uno stato di stupore ipnotico che precedeva a comando l’esibizione di una crisi di isterismo convulsivo o catatonico. Durante quelle crisi poteva accadere di tutto: il corpo femminile diventava preda di istinti a volta assassini, a volte semplicemente animaleschi, lontani dalla luce della ragione e dal senso della morale. Qualche volta le ragazze trattate dal famoso dottore si mettevano a ballare impetuosamente, come le baccanti possedute da Dionisio nelle tragedie greche.
Fra loro Blanche era davvero la più collaborativa, talmente collaborativa da apparire qualche volta una astutissima commediante, come scrissero allora alcuni attenti osservatori. Chi poteva credere che veramente Blanche entrasse in trance sotto la pressione di quelle mani sapienti a ogni seduta, con prevedibile meccanismo? A molti sembrava che rappresentasse, con disciplina da palcoscenico, una parte che le era stata inculcata e che lei recitava alla perfezione. Il perché facesse tutto questo nessuno lo capiva. Forse per sentirsi degna del professore che amava? o per mostrarsi la migliore fra tutte e quindi suscitare l’ammirazione del pubblico come succede a una brava attrice? O meglio per provare qualche piacere nel condurre sotterraneamente, da oggetto apparentemente passivo, quei penosi ma anche esplosivi esperimenti?
Il dottor Charcot era approdato all’immenso ospedale della Salpetrière dove venivano mandate le isteriche e le malate di mente, con uno spirito umanitario ma anche crudelmente sperimentale. C’erano seimila donne che i guardiani e gli infermieri stentavano a tenere sotto controllo. Donne giovani, rivoltate, infelici, reiette, prive di famiglia e d’amore, prive di un futuro e di una casa. Fra queste Charcot ne sceglieva alcune per i suoi esperimenti di ipnosi clinica. Dopo le prime prove realizzate in privato, aveva deciso di aprire al pubblico chiamandolo ad assistere a delle vere dimostrazioni dal vivo su corpi esposti di donne docili che obbedivano ai suoi ordini, alle sue pressioni: ovaie, collo, tempie. Fra queste la più docile, la più pronta, quella che non mostrava mai pudore e reticenza, era la giovanissima e avvenente Blanche. Nessuno si rendeva conto allora che la ragazza era sì alla mercè dei voleri dei medici ma nella sua sottomissione metteva una carica folle di orgoglio che alla fine si trasformava in mania di grandezza e potere tirannico sullo stesso medico che la dirigeva. Come Charcot esigeva ubbidienza, lei pretendeva fedeltà e attenzione. Tanto da ridurlo ad avere paura di lei. Tanto da suscitare un desiderio sessuale irrefrenabile che avrà la sua soddisfazione quando sarà ormai vecchio e lei finirà per ucciderlo. Per amore, s’intende, per puro amore.
Dopo la morte di Charcot, Blanche capita nello studio di Marie e Pierre: un enorme magazzino male areato dal pavimento rozzo e spezzato, le pareti gelate, privo di mobili e di comodità di qualsiasi genere. Ma lì arrivavano i camion carichi di quel fango all’uranio chiamato pechblenda da cui Marie e Pierre ricavavano, do-po lunga manipolazione, il radio, una pietra luminescente che incantava chi la guardava.
La pietra luminosa e bellissima era però anche pericolosa, provocava tumori nel sangue, provocava deformazioni ossee. Marie dopo alcuni anni di esperimenti con la radioattività aveva le mani tutte storte e deformate, aveva ferite e mutilazioni alle ovaie. Blanche invece viene attaccata alle ossa, prima alle gambe che le vengono amputate e poi a una mano, amputata anch’essa, e quindi a un braccio, tanto da ridursi a un torso che si muoveva dentro un carrettino fornito di ruote costruito apposta per lei.
Con il solo braccio rimasto intatto Blanche scrive il Libro delle Domande che Enquist pretende di seguire pagina per pagina. In realtà il libro sembra soprattutto una invenzione letteraria, ma con che profondità, con che astuzia, con che intelligenza lo scrittore dà al fantomatico libro della mutilata Blanche la funzione di guida narrativa, incalzando riflettendo e analizzando le questioni che si pone Blanche!
Presso Marie la ragazza – ormai fattasi donna – diventa prima assistente e poi amica. La grande scienziata la ospita in casa, la accudisce finendo per farne una confidente privilegiata. Blanche che nutre una am-mirazione senza limiti per la intelligentissima Marie, non le rimprovera mai niente, anche quando comincia a essere chiaro a tutti che è proprio quella pietra luminosa che provoca le deformazioni e i tumori.
Lo stesso Pierre ne è malato: respira male, ha dolori fortissimi alla schiena e si stanca sempre più presto. È un principio di leucemia? Marito e moglie litigano un giorno che sono andati al mare insieme: lui vuole tornare la sera stessa a casa perché è stanco e lei invece ci tiene a respirare ancora per un giorno l’aria marina. In-fine si dividono: lei rimane a passeggiare sulla spiaggia. Lui parte per Parigi. Ma camminando sempre più stanco e distratto sotto una pioggia insistente, lungo le strade vicine alla stazione, non si accorge di un carro pesante che arriva improvviso da dietro un tram, viene investito e muore con la testa schiacciata come una noce sotto le massicce ruote di ferro.
Marie prende il lutto e per lungo tempo lavora da sola, instancabilmente, senza mai vedere nessuno. Solo dopo tre anni di segregazione una sera decide di accettare un invito e durante la cena ritrova un amico: lo scienziato Paul Langevin, sposato e padre di quattro figli. Paul l’ha sempre amata ma in silenzio sapendo quanto lei tenesse al marito Pierre che era anche suo amico. Ma ora che Pierre è morto e lei è libera, perché non provare a parlarle d’amore? La stessa Marie scopre di avere sempre provato un’attrazione per lui. I due prendono ad amoreggiare di nascosto dalla moglie di lui, una donna possessiva e vendicativa.
Ma, come era facile da immaginare, la cosa non può restare nascosta in una piccola società pettegola e moralista come quella parigina dell’epoca. Qualcuno, per conto della moglie di Paul, forza la porta dell’appartamento in cui i due si incontravano di nascosto, ruba le lettere d’amore che i due si erano scambiati per sei mesi e le consegna alla stampa. Le lettere più intime vengono così vilmente rese pubbliche e Marie rimane coinvolta in uno scandalo atroce che le sconvolge la vita. I giornali le si scagliano contro, la bollano come straniera (di origine polacca, da ragazza si chiamava Marie Sklodowska), accusandola di avere sangue ebreo. Qualcuno la paragona a Dreyfus, e attraverso articoli punitivi e collerici c’è chi arriva ad ingiungerle di lasciare la Francia “perché non vogliamo una sporca straniera che viene da noi a infangare la famiglia francese”.
Nonostante Marie riceva proprio in quegli anni il secondo premio Nobel, pettegolezzo e moralismo non cessano, anzi si ingigantiscono e si trasformano in una accusa generale contro le donne sapienti, le donne autonome che pretendono di potere esprimere liberamente la loro sessualità. Cosa ne sarà della famiglia tradizionale? Andrà a rotoli assieme alla soggezione femminile, come predice lo scandaloso Stuart Mill? Marie continuerà per anni a essere incalzata, aggredita, insultata brutalmente dalla stampa francese che ha echi nella stampa di tutto il mondo. In quanto a Paul, non regge l’ostracismo, non riesce a tenere alta la bandiera del loro amore e torna a orecchie basse dalla moglie possessiva. Sono anni durissimi in cui Marie arriva seriamente a pensare di suicidarsi. Ma l’amore per le due figlie e la passione per gli esperimenti scientifici la tengono in vita. Andrà per un periodo esule a Londra, dove farà conoscenza con le più determinate suffragette dell’epoca, sarà da loro bene accolta e accudita. Ma deciderà di tornare a Parigi per riprendere i suoi esperimenti che porterà avanti fino alla morte.
Il romanzo di Enquist, che certo è un sapiente miscuglio di biografia e di invenzione, ci mostra rappresentati sul palcoscenico dell’immaginazione storica i personaggi di una tragedia piena di sorprese e di intrecci profondi. Si tratta di una tragedia moderna, modernissima, ma nello stesso tempo classica, in cui i protagonisti sono inchiodati a un loro amaro destino: hanno il dovere di compiere fino in fondo la propria funzione nel moderno mito della scienza.
Non sappiamo cosa abbia inventato Enquist in questa storia basata su personaggi realmente esistiti, ma non ci importa. Importante è che lo stile così personale e plastico dell’autore ci prenda per mano e ci accompagni durante tutto il racconto senza mai allentare la sua stretta, con civile indignazione, con delicata pietà, con giocosa tenerezza.

 

 
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