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LA VITA

Thorkild Hansen (nato a Ordrup il 9 gennaio 1927), dopo aver frequentato i corsi universitari di Storia della Letteratura a Copenaghen, si trasferisce nel 1947 a Parigi come corrispondente di un quotidiano danese, per tornare poi in Danimarca a scrivere come critico per il giornale Information.
Dopo qualche tempo compie una serie di viaggi all'estero, partecipando a spedizioni archeologiche nel Golfo Persico, in Nubia, in Canada e Groenlandia. Nel periodo 1972-83 si reca inoltre in Vietnam, Bangladesh e Rhodesia nell'ambito dell'attività svolta per conto della Croce Rossa. Molti di questi viaggi si legheranno alla parallela ricerca storica condotta in modo accurato su vicende e avventure di esploratori dimenticati dalla storia, un intreccio di interessi che consentirà a Thorkild Hansen di scrivere quei romanzi documentari che ne decretarono il successo come autore in Danimarca.

Dopo le prime prove letterarie con Ricordi avvolti nel tempo (1948), Il resto è silenzio (scritto durante i cinque anni a Parigi, quando era vicino alla corrente esistenzialista) e Segnali di intervallo, la forma del diario di viaggio si alternerà alla vera e propria produzione letteraria: a Sette gemme (1960), resoconto del viaggio in Kuwait, seguirà Una donna presso il fiume (1961), risultato del soggiorno in Nubia; quindi Porto di svernamento (1972), con scenario il Canada già teatro di Jens Munk MinderEkspedition del 1964, racconto della sua partecipazione alla spedizione organizzata nel nord del continente americano in memoria del capitano Munk; e infine L'ultima estate ad Angmagssalik (1978), descrizione dell'esperienza nella Groenlandia orientale.

Furono però le biografie storiche in forma narrativa a definire l'originalità artistica di Thorkild Hansen, capace di offrire nel panorama letterario degli anni '60 una novità artistica dalla dimensione avventurosa, geografica e storica, nella quale i protagonisti agiscono per conquistare mete irraggiungibili, sopportando fatiche enormi per realizzare desideri e progetti, ma che alla fine vedono il loro destino segnato dalla sconfitta nella battaglia con la natura, contro la sua incontrollabilità e forza.
Nel 1962 esce Arabia felix (pubblicato in Italia da Iperborea), ricostruzione della spedizione danese del 1761-67 nell'attuale Yemen, voluta da re Federico V "per il progresso delle scienze in generale e una migliore interpretazione delle Sacre Scritture in particolare", guidata da Carsten Niebhur, e della quale fanno parte un filologo, un botanico, un astronomo, un medico e un pittore. Nel 1965 è la volta di Jens Munk nel 1965 (Il capitano Jens Munk, pubblicato in Italia da Iperborea), racconto della spedizione alla ricerca del passaggio a NordOvest: nel 1619 il capitano della marina reale Jens Munk, figlio di un nobile danese, viene mandato dal re Christian IV re di Danimarca e Norvegia alla ricerca di un passaggio per la Cina a nord del Canada, ma il progetto fallisce nonostante gli sforzi eroici di Munk.

Di grande respiro storico, la Trilogia degli schiavi fu capace di gettare uno sguardo inedito sul ruolo della Danimarca nella tratta degli schiavi ed aprire un dibattito su importanti temi storici prima d'allora mai affrontati dalla cultura danese: La costa degli schiavi del 1967 (pubblicato in Italia da Iperborea), Le navi degli schiavi del 1968 e Le isole degli schiavi del 1970 (entrambi in via di pubblicazione in Italia da Iperborea). Secondo Marianne Stecher-Hansen, professore associato per gli Studi scandinavi all'Università di Washington e autrice nel 1997 di Fact and Fiction in Thorkild Hansen's Documentary Works, è proprio questa capacità di ridestare coscienze e interessi la testimonianza tangibile del valore storico, e insieme letterario, dei lavori di Thorkild Hansen
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Nel 1974 viene data alle stampe la sua autobiografia, Le ragazze carine seguita dal libro-intervista, Inchiesta del tribunale marittimo (1982), mentre nel 1978 erano usciti i tre volumi del romanzo-documentario Processo ad Hamsun (da cui lo svedese Per Olov Enquist ha tratto la sua celebre sceneggiatura), testo che suscitò ancora una volta polemiche in Danimarca.

Postume le due raccolte diaristiche, Un atélier a Parigi (1990), relativo al periodo del suo soggiorno in Francia dal 1947 al '52, e Tra Brondkjaer e Norholm (1996).

Muore per infarto il 4 febbraio 1989, nel corso di un viaggio ai Caraibi.

Thorkild Hansen è stato quindi uno dei grandi “viaggiatori” della letteratura moderna danese. I suoi romanzi documentari hanno la forza di trascinare il lettore dentro ai meandri bui della storia e della coscienza dell’umanità, e a portarlo negli angoli più remoti della terra. La sua tecnica – che comprende sia meticolose ricerche di fonti e documenti, sia spedizioni in loco – è stata assolutamente innovativa per la sua epoca. Ha saputo camminare con destrezza sulla sottile linea che separa i fatti dalla creazione artistica, dimostrando così sia una grande maestria come romanziere che spiccate doti di storico. Inoltre, la sua ambiziosa ricerca di argomenti sempre scottanti e controversi ne fa uno degli scrittori più destabilizzanti e provocatori del Novecento danese.

 


LE OPERE
 

Di Thorkild Hansen Iperborea ha pubblicato:

   
n. 31 - Arabia Felix
Det lykkelige Arabien
1962 - Traduzione dal danese e introduzione di Doriana Unfer
I edizione: Ottobre 1992 - II ed.: Maggio 1993
pp. 438 - € 16,50 - Lire 32.000 - ISBN 88-7091-031-8


Il 4 gennaio 1761 una nave lascia il porto di Copenaghen diretta a Costantinopoli: a bordo vi sono membri della prima grande spedizione scientifica danese. La meta è lo Yemen, la terra che, fin dall'antichità, porta uno di quei nomi "che usiamo dare ai luoghi che conosce solo la nostra nostalgia". "Perché l'Arabia Felice è chiamata felice?" scrive nel fiario il giorno della partenza Peter Forsskål, uno dei protagonisti della spedizione. Ed è questa la domanda sottintesa a tutto il libro: esiste il paese della felicità? Ricostruendo sulla base di innumerevoli documenti la storia del "viaggio arabo" voluto da Federico V, e seguendolo tappa per tappa, attraverso Costantinopoli, Alessandria, Il Cairo, il Sinai, il Mar Rosso fino allo Yemen e la lunga odissea del rientro in patria, Thorkild Hansen racconta in realtà la storia di ogni esperienza umana: quel viaggio di andata e ritorno di cui parlano i miti, le fiabe, le epopee. Gli scienziati partono, per scoprire e conoscere, ma in realtà proiettano in un luogo lontano la realizzazione dei propri sogni - di sapere, di gloria, di ricchezza - troveranno sofferenze, fatiche, gioie, conquiste, fallimenti e la morte. Solo uno farà ritorno: Carsten Niebuhr, partito come "il figlio inetto" delle fiabe, convinto di non essere all'altezza del suo compito, ma aperto alle esperienze, capace di rinunciare alla propria identità per fare la sua lezione del deserto: "non avere niente, non essere niente". La felicità non è in nessun luogo: il confine del suo paese è quel cerchio perfetto che l'orizzonte traccia intorno a noi e di cui, ovunque ci troviamo, siamo sempre al centro.
 
 
n. 93 - Il capitano Jens Munk
Jens Munk
Traduzione dal danese e postfazione di Carola Scanavino
I edizione: Novembre 2000
pp. 528 – € 18,59 - ISBN 88-7091-093-8


L’avventura resta una delle categorie irriducibili del romanzo, quella che meglio appaga la nostra nostalgia di grandi spazi, la nostra sete di libertà, il nostro sogno di un’esistenza piena nella sua sorprendente varietà. E forse ci emoziona ancora di più quando protagonista non è un personaggio inventato, ma un uomo realmente esistito, uno di quei grandi navigatori vissuti alle soglie della modernità, uno di quegli irrequieti esploratori che hanno contribuito a ridisegnare le coste delle carte nautiche e a riempire le chiazze bianche delle mappe. Jens Munk è di questa razza. Danese, contemporaneo di Shakespeare e Cervantes, è arrivato a solcare tutti i mari, è stato mozzo, mercante, cacciatore di balene, furiere, armatore, capitano della Marina Reale, esploratore, ha vinto battaglie, catturato pirati, guidato spedizioni per conto del re alla ricerca del passaggio a Nord-Est prima e poi di quello a Nord-Ovest per raggiungere la Cina attraverso l’Artico. “Conosceva come nessuno l’arte della navigazione e il corso delle stelle”, ma, armato contro la crudeltà degli elementi scatenati in mare, lo è meno contro quella umana che regna in terra. Riesce a sfuggire al labirinto di ghiacci della Baia di Hudson, ma non sfugge all’invidia e all’umiliazione, al sopruso e all’ingiustizia, alla vendetta e alla prigione. E’ sempre basandosi su documenti e fatti reali che Hansen scrive i suoi romanzi-biografie, ricostruisce meticolosamente lo sfondo e con la sua scrittura nitida e densa dà a quelle vite di grandi sconfitti che la storia ha relegato a qualche nota a pie’ pagina uno spessore epico che le rende emblematiche del destino umano. Jens Munk non è un anarchico ribelle, non è un pirata, non è un Achab perso nella sua sfida infernale, è un uomo che lotta per veder riconosciuto il suo posto nella società, pronto ogni volta a ripartire dal niente, è un cercatore, un sognatore che sa che il sogno è come il mare, copre i tre quarti del mondo ed è composto di una soluzione simile alle lacrime umane.

 

 

 
n. 136 - La Costa degli schiavi
Slavernes Kyst, 1967
Traduzione dal danese e postfazione di Maria Valeria D’Avino
pp. 400 - Euro 17,50


“Silenziosi sui loro piedi nudi gli schiavi attraversano duecento anni di storia danese senza lasciare altra traccia che due righe nei libri di scuola: la Danimarca fu il primo paese ad abolire il traffico degli schiavi. Migliaia di uomini, donne e bambini. E di loro non resta che una frase. Per di più falsa.” Quel traffico continuerà per decenni dopo l’abolizione ufficiale, ma nessuno schiavo ha mai raccontato la sua storia: per dar voce a quelle migliaia di esseri umani privati della libertà, incatenati, venduti e trascinati dall’altra parte dell’oceano, Thorkild Hansen va a cercare le tracce dei loro passi nella Guinea danese, l’attuale Ghana, lungo le rive del Volta, tra le rovine dei forti che dominavano con le loro mura bianche quella costa bordata di palme e battuta dalla risacca. E come guida si serve di diari, lettere, documenti lasciati da sette “testimoni oculari” che si sono succeduti nel corso di due secoli tra quelle mura: un tenente, due sacerdoti, un mercante, un medico, un contabile e un governatore. Spinti dall’ambizione, dall’avventura o da ideali, chi approfittando di quel commercio e chi combattendolo: “gente comune, buona e cattiva, ma per lo più buona, forte e debole, ma per lo più debole”, che, con le proprie vicende, è parte della storia, tra i vincitori o tra i perdenti, ma più probabilmente solo impotente davanti a un meccanismo ben più vasto che chiama in causa re, ricchi e filosofi, che siano Hobbes, Kierkegaard o Rousseau. Non sarà forse quando non è più redditizio che si ferma quel traffico diventato illegale? Il bisogno di rendere una tardiva giustizia a quei dannati che, come nell’Inferno di Dante, non proiettano ombra nella storia, porta Hansen a raccontare i destini di singoli che non fanno che porre “le solite vecchie domande”: l’uomo è cattivo? è buono? o è solo debole?

 

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Il capitano Jens Munk
La Costa degli schiavi

DICONO DI LUI

Leggi la bella postfazione a
La Costa degli schiavi

di
Maria Valeria D'Avino

“Non ho mai scritto altro che opere di finzione, e ne sono perfettamente consapevole. Malgrado ciò non potrei dire che tali opere siano fuori dalla realtà. Mi pare che sia possibile far agire la finzione nella realtà, introdurre effetti di verità in un discorso di finzione, arrivando così a far produrre a quel discorso, a fargli ‘fabbricare’, qualcosa che non esiste ancora.”
Pronunciate quasi vent’anni dopo che Thorkild Hansen mettesse mano ai suoi romanzi storici, queste parole di Michel Foucault sembrano offrire una traccia illuminante per la loro analisi, sia sotto l’aspetto della strategia e della tecnica di composizione, sia sotto quello della ricezione.

Benché negli ultimi tempi si sia assistito a una rivalutazione della parte più esplicitamente autobiografica dell’opera di Hansen, non vi è dubbio che il cosiddetto romanzo documentario continui ad occupare in essa una posizione centrale, riconosciuta del resto dalla maggior parte dei lettori. I testi a cui di solito ci si riferisce con questa definizione sono apparsi tra il 1962 e il 1978, dal fortunato Det lykkelige Arabia (1962, già apparso in italiano presso Iperborea nel 1992, col titolo Arabia Felix) fino all’ampio e controverso Processen mod Hamsun (Il processo a Hamsun, 1978), passando per Jens Munk (1965, uscito in italiano nel 2000, come Il capitano Jens Munk) e per la cosiddetta Trilogia degli schiavi (Slavernes kyst del 1967, qui presentata in traduzione italiana come La costa degli schiavi, e i successivi Slavernes skibe, Le navi degli schiavi, 1968, e Slavernes øer, Le isole degli schiavi, 1970, entrambi in preparazione presso questa stessa casa editrice, e dedicati ai due momenti successivi del commercio degli schiavi: la navigazione atlantica e la vita nelle ex Indie Occidentali danesi, oggi Isole Vergini americane), per la quale l’autore ha ottenuto nel 1971 l’importante Premio del Consiglio Nordico.

In tutti questi casi abbiamo a che fare con romanzi in cui la materia trattata è autentica e le ricostruzioni basate su documenti storici, anche inediti: diari, lettere, cronache, libri di bordo e registri di commercio. Le vicende narrate, da parte loro, appartengono sempre a una categoria marginale, e riguardano episodi o personaggi che la storia ufficiale ha minimizzato, posto ai margini o dimenticato. La voce narrante si confonde con quelle dei personaggi, dei cronisti dell’epoca, il più delle volte è messa in questione o diviene essa stessa oggetto della narrazione. Thorkild Hansen introduce in tal modo un primo, fondamentale elemento di diversità rispetto a gran parte della produzione letteraria del suo tempo, attraversata dal modernismo da una parte e dal realismo marxista dall’altra, caratterizzati entrambi da una visione del tutto diversa del soggetto nella storia e nella letteratura. Ad arricchire il quadro, in Hansen la ricerca storica è sempre unita alla costruzione fantastica nel tentativo – in genere assai ben riuscito – di ricreare sentimenti e storie personali e di applicare visioni e interpretazioni moderne a fatti e avvenimenti del passato. Non stupisce perciò che le sue opere attirino fin dall’inizio le circospette attenzioni di una critica impegnata soprattutto a circoscrivere e definire in esse il rapporto reciproco tra finzione letteraria e documento storico.
L’ironica risposta di Thorkild Hansen non si fa attendere, camuffata da compunto giudizio nei confronti del “cronista” delle vicende del capitano Jens Munk: “Il lungo racconto del cronista purtroppo non si distingue, come la maggior parte delle opere citate, per la sua assoluta obiettività, non è infatti di certo imparziale. (…) Non gli piacciono i romanzi storici. Se, ciononostante e a malincuore, siamo costretti a declassare il suo lungo racconto a un piano meno serio, è dovuto solo al suo evidente debole per l’aneddotica e alla sua riprovevole tendenza a presentare il possibile come reale, il che, d’altra parte, gli assicura innegabilmente risultati più interessanti di quelli che avrebbe ottenuto con una posizione più obiettiva.”

Pensando alle parole di Foucault citate più sopra, nonché alle riflessioni metodologiche condotte dagli anni Settanta a oggi da storici come Hayden White, che considerano la storiografia un atto strettamente letterario, un puro racconto, una verbal fiction, ci si potrà dunque chiedere se sia stata la curiosità storica o la sensibilità letteraria a far cogliere a Hansen – con grande tempestività – un nodo centrale dell’universo concettuale contemporaneo, quello che riguarda la messa in discussione del soggetto rispetto al testo e più in generale a ogni atto linguistico.
Alla luce di queste riflessioni, nonché di un’ampia distanza storica, la definizione di romanzo documentario appare ormai poco più che una vuota etichetta, ampiamente superata, tra l’altro, dalle più recenti analisi dell’opera di Hansen che, mettendo in dubbio il suo supposto realismo e rilevando invece la dimensione simbolica, risolvono il dilemma a tutto vantaggio della letteratura e della dimensione soggettiva.

Al di là delle valutazioni di genere, tuttavia, e in modo evidentissimo nel caso della Trilogia degli schiavi, la ricerca storica di Thorkild Hansen è sempre sostenuta e orientata da una insopprimibile necessità etica. Di essa, del bisogno di comprensione e di partecipazione dal quale prende avvio la ricostruzione del passato, parlano anche i viaggi nei luoghi in cui si sono svolte le vicende narrate, e su cui la narrazione in gran parte si basa, secondo la tecnica più volte dichiarata del selvsyn, del constatare di persona. Hansen ha più volte dichiarato che la sua ricerca sullo schiavismo danese ha avuto origine da una visita al campo di concentramento di Auschwitz. Studiare la storia del commercio degli schiavi condotto da cittadini del proprio paese significa per Hansen prendere parte alla riflessione sulla malvagità dell’uomo nei confronti del suo simile e verso tutta l’umanità, nonché sullo sfruttamento dei paesi poveri da parte di nazioni ricche e potenti. Temi e rapporti di forza che non appartengono evidentemente al solo passato, ma formano una griglia di riflessione universalmente valida e applicabile ad ogni tempo. Il tentativo di Hansen di contribuire a formare una coscienza nazionale riguardo a questo tema appare esplicito già nell’apertura dell’opera: l’incipit “Vi havde et fort i Africa” (Avevamo un forte in Africa) richiama infatti quello di La mia Africa di Karen Blixen “Jeg havde en farm i Afrika” (Avevo una fattoria in Africa), mentre la prima persona singolare trasformata in un responsabile “noi”, e la fattoria sostituita da una fortezza militare fanno appello al coinvolgimento personale dello scrittore e dei lettori nel passato coloniale del paese. Ma Hansen va oltre e, se l’incipit della Blixen prosegue con una delimitazione spaziale, che circoscrive e prende le distanze dall’esperienza africana “Jeg havde en farm i Afrika ved Foden af Bjærget Ngong” (Avevo una fattoria in Africa, ai piedi delle colline di Ngong), Hansen si limita a ricordare che “Avevamo un forte in Africa, e si trova ancora laggiù”. Nient’altro. E le stesse parole, la stessa presenza immobile ma incombente ritornano nell’ultimo capitolo, con la differenza che stavolta si tratta di un cimitero, anzi di un mezzo cimitero: “Avevamo un cimitero in Africa”.

Tutta la Trilogia è attraversata da questa singolare economia espressiva, con un frequente ricorso alla litote o comunque ad un tono attenuato, che rifiuta ogni tentazione enfatica e sceglie invece l’accumulo di personaggi, storie e fatti, senza trascurare il più piccolo dettaglio, per formare un insieme smisurato che appunto, come un recensore ha notato, fa pensare più alla tecnica del divisionismo che all’affresco.

Nella Trilogia degli Schiavi, da molti considerata il centro nevralgico della sua intera opera, Hansen porta a un pieno compimento espressivo molti degli elementi e delle tensioni che hanno attraversato fin dall’inizio la sua ricerca. Dal costante rapporto dinamico tra storia e narrazione, tra destino individuale e responsabilità collettiva, tra materia autentica e costruzione fittizia, fino alle tecniche di documentazione e narrazione. Durante il lavoro per la Costa degli schiavi Thorkild Hansen abitò a lungo in Ghana, in compagnia della prima moglie Birte Lund, che ha illustrato tutta la Trilogia con i suoi disegni, così come nel 1967 si sarebbe imbarcato lungo le rotte degli schiavi, lasciando che il mare facesse da sfondo grandioso alla loro tragedia. Così, il racconto trapassa di continuo, impercettibilmente, dal discorso diretto della citazione alla parafrasi delle fonti, per tornare ogni volta alla voce del narratore che si guarda intorno e guarda se stesso come un elemento del paesaggio. In questo testo il narratore, che assume di volta in volta il ruolo di testimone, di archeologo e rilevatore di distanze, confini, campi di battaglia e percorsi di viaggio, ma che pure entra in un dialogo surreale e visionario con il fantasma di un mercante di schiavi o, ancora, da semplice commensale, impara a condividere i suoni o i silenzi di un villaggio africano di oggi, potrebbe formare da solo l’oggetto di lunghe analisi metaletterarie. E, naturalmente, il tema della sconfitta, così vivo in questo autore, qui domina su tutto, innalzato perfino a icona nazionale, e incarnato da un corteo di magnifiche figure di “perdenti”. I fratelli Grundtvig che non riuscirono a sopravvivere all’Africa, pur cercata e voluta con tenacia. Il botanico Isert, che aveva letto Rousseau e voleva cambiare la storia. Il pastore Monrad in fuga dai suoi connazionali che trovava rifugio e consolazione nella magnifica natura africana. Wulff, che perdette la sua battaglia contro la febbre dei tropici. Carstensen, il governatore che cercò di fondare una colonia in Guinea, ma fu costretto invece a negoziarne la vendita agli inglesi. Fino al più grande di tutti, nell’ultimo volume della Trilogia degli schiavi, il governatore Peter von Scholten. Ma se i perdenti sono i danesi cosa saranno gli altri? La lunga fila silenziosa degli africani che lasciano in catene il loro paese? “Uno a uno. Passo dopo passo. Silenziosi e grondanti nel caldo umido dei tropici.”
Man mano che la lettura procede è facile sentirsi a disagio, disorientati e oppressi dalla sensazione di male assoluto che incombe sul racconto, e che la distanza asciutta delle testimonianze dell’epoca non fa che ingigantire. Anche qui, Hansen sfugge ad ogni tentativo sia di retorica sia di revisionismo. Attribuisce agli individui le forme di pensiero della loro epoca, e per questa via fornisce loro le attenuanti del caso, ma insieme mostra che l’essere umano non è mai solo deterministicamente legato al suo tempo e al suo ambiente, ma che perfino nelle circostanze più sfavorevoli e nei momenti più disperati una scelta è ed è sempre stata possibile.

Così come i confini tra storia e letteratura, anche il limite che separa il successo dalla sconfitta si allontana e si confonde, sfuggente e beffardo, incomprensibile come il male, grottesco come la presenza dei due prigionieri africani nella Copenaghen dell’Ottocento, metafora di un rapporto coloniale che non ha mai raggiunto le dimensioni conosciute da altri paesi ma non ne ha evitato le contraddizioni.
Come ricorda uno dei maggiori specialisti di Thorkild Hansen, Henk van der Liet, la Trilogia degli schiavi fu uno dei primi tentativi, a partire dal dopoguerra, di operare una rielaborazione letteraria della storia coloniale danese. Un tentativo che suscitò emozione e dibattiti, sollevando tra l’altro una serie di interrogativi critici circa il vero ruolo svolto dai danesi nel traffico internazionale degli schiavi. È ancora van der Liet a sottolineare la coerenza dell’impegno di Hansen nel mantenere aperta una riflessione postcoloniale. Un simile impegno, ricorda lo studioso, è riscontrabile anche nei diari di viaggio e nella produzione saggistica. E non mancò di puntare il dito su un’altra zona sensibile della storia coloniale danese: la Groenlandia, al centro dei saggi Sidste sommer i Angmagssalik (L’ultima estate a Angmagssalik, pubblicato in seguito nella raccolta Kurs mod solnedgangen, Rotta verso occidente del 1982) e Kornerups Grønland (La Groenlandia di Kornerup, ripubblicato in Genklang, Eco), su uno dei pionieri dell’esplorazione artica, Anderas Kornerup (1857-1881), saggi ai quali Hansen lavorò negli stessi anni in cui preparava la vasta ricerca su Hamsun. Alla continuità di questo sforzo va attribuito secondo van der Liet il principale risultato civile dell’opera di Thorkild Hansen, un risultato in cui secondo lo studioso vengono a coincidere i suoi meriti letterari e morali: l’esser riuscito a inoculare qualche benefico dubbio nella valutazione di sé come monolitica unità culturale, linguistica, religiosa e letteraria, della società danese.

E se la Trilogia degli Schiavi è riuscita a scuotere con decisione e a mantenere aperta per un certo tempo qualche incrinatura in quella granitica rappresentazione, mettendo sotto gli occhi di tutti una macchia nel passato nazionale, il periodo successivo è segnato da episodi di mancata comprensione della storia nella sua totalità. L’ultimo in ordine di tempo è denunciato e analizzato dalla storica Louise Sebro sul quotidiano Berlingske Tidende. Ricordando l’effetto della Trilogia di Thorkild Hansen, con tutti i suoi dettagli spaventosi, sull’opinione pubblica degli anni Sessanta, la Sebro si interroga sulle cause dell’attuale inconsapevolezza storica. Come mai – si chiede – nel 1998, proprio nel centocinquantesimo anniversario della soppressione dello schiavismo, la radio pubblica danese non trova di meglio che riferirsi alle ex Indie Occidentali danesi chiamandole “il nostro paradiso perduto”? Nella stessa occasione, ricorda la studiosa, l’allora ministro degli Esteri si rifiutò di porgere delle scuse ufficiali agli attuali abitanti delle ex colonie, motivando la sua posizione con il pretesto seguente: “Non trovo sensato che individui che non sono stati personalmente coinvolti nel traffico di schiavi debbano scusarsi con persone che non ne sono state vittime.” Qualsiasi riconciliazione, conclude la Sebro, inizia dall’accettazione del passato e delle proprie responsabilità, dopodiché – si può aggiungere – può darsi che non siano solo le vittime a trovare qualche giovamento dall’abbandono di certe romantiche rappresentazioni di sé, e questo potrebbe migliorare i rapporti di giustizia nel nostro presente globalizzato.